
La strada corre in salita, i cartelli blu chiamano i nomi di paesi sentiti al telegiornale: Accumuli, Amatrice, Norcia.
Lo chiamano il cratere, il cratere sismico, e non è facile descrivere quello che ci sta intorno. Il cratere appare piano piano, con le prime case diroccate che a colpo d’occhio diresti cadute per colpa del tempo e di una montagna che si spopola. Ma le camionette dei militari e le strade asfaltate di fresco fanno da preludio a quello che non va, al cratere che ci viene incontro. Le case crollate sono sempre più numerose, e nelle piazzole accanto alle strade sono nati veri e propri quartieri di casette di legno e container di metallo, che sostituiscono i bar, i negozi, i borghi.
Le macerie sono ancora a terra, ma non hanno sepolto la dignità delle persone, che provano a ricostruire le proprie case e le proprie vite, cercando di mettere un po’ di bellezza nelle colate di cemento che hanno preso il posto delle piazze.
Ogni chilometro qui si incontrano scritte sui muri e lenzuola esposte per chiedere ricostruzione, di non essere dimenticati; il terremoto ha aperto questo cratere nel 2016, ma al telegiornale non si parla di queste persone se non per metterli in competizione con qualche altro disperato. Ma qui c’è un’enorme dignità, che trasuda dalle pietre esposte al sole come ossa rimestate, non c’è altra malinconia che quella per i paesi che sembrano destinati alla morte lenta per oblio, ma che invece vorrebbero vivere ancora esattamente come hanno fatto negli ultimo dieci o dodici secoli.
Ma sono paesini di montagna, nessuno li vede né li sente, se non gli alberi che fremono al vento e le ginestre che punteggiano di giallo il ciglio delle strade, che qui confina con il bosco.

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