Stefano andrian

Asiago

IMG_7804.jpgOgni volta che vado ad Asiago, che cammino per le sue strade o che con la macchina corro attraverso l’altopiano, non posso non pensare alla Grande Guerra.

Il territorio qui è permeato dalla storia del conflitto; monumenti, steli, cimiteri, ricordano il sacrificio delle centinaia di migliaia di fanti che hanno combattuto lungo questo fronte.

Ma i segni della guerra sono ovunque: dai buchi delle pallottole sui muri delle case, agli avvallamenti che servono da abbeveratoio per le vacche ma che altro non sono che il prodotto delle bombe e delle granate.

Asiago era rasa al suolo, alla fine del conflitto. I danni erano tali che pensò di ricostruirla più a valle, ma gli abitanti furono abbastanza testardi da ricostruire tutto nello stesso posto.

Asiago non è monumentale come Redipuglia, anche se l’arco dedicato ai caduti fa sempre una certa impressione, ma non c’è angolo, strada, campo, bosco che non porti i segni della guerra. Dicono che nei primi anni di pace, i campi furono particolarmente fertili, ingrassati dal sangue dei morti, e che negli alberi siano incastrate schegge di metallo e di osso. Qui almeno due generazioni di recuperanti hanno fatto campare le famiglie battendo i boschi, svuotando granate e rivendendo il metallo a peso. Credo che non ci sia famiglia che non abbia la propria storia di stufe esplose e di feriti più o meno gravi; qualcuno è stato meno fortunato e ci ha rimesso qualche mano. O peggio, è morto.

La guerra qui è continuata in silenzio per anni, decenni. Asiago ha avuto lo stesso destino di tanti altri teatri di guerra, con i militari che organizzavano i cimiteri e i recuperanti che ogni tanto, oltre a bombe e bossoli, recuperavano anche qualche corpo. A qualche madre è stato restituito qualcosa su cui piangere un figlio scomparso.

Qui la vita è tornata normale, le trattorie non sono più il bivacco degli alpini in licenza e sono tornate le fabbriche e le case. L’ospedale cura quelli che si fanno male sulle piste da sci, e non più i militari feriti – almeno fino a quando lo terranno aperto.

Ma non è possibile camminare per queste strade senza rivedere le immagini in bianco e nero viste sui libri di scuola

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