Il vento artificiale delle macchine scompiglia le scaglie di plastica luccicante e smuove il filo che, libero, a terra, sembra un sottile serpente bianco.
Pesce azzurro e fucsia nell’azzurro e ocra della campagna, è riuscito a scappare dalle mani del suo padrone, un bambino di cinque anni che lo aveva comprato a suon di lacrime ed invocazioni al papà un paio di giorni prima.
Il bambino aveva giocato col pesce per tutta la casa, lasciandolo andare a sbattere contro il soffitto solo per sentire la carezza di seta del guinzaglio attraversargli la mano. O per vederlo rimbalzare dalla porta al lampadario, per poi trovare requie in un angolo della sua cameretta.
Alla fine lo aveva portato fuori, all’aria, convinto forse di vederlo rimbalzare contro l’azzurro del cielo. Ma quando aveva aperto la manina, un colpo d’aria un po’ più forte si era rubato il pesce azzurro e fucsia e lo aveva portato così in alto che il bambino non aveva nemmeno avuto il fiato di piangere.
Il pesce aveva navigato il cielo, passando sopra campi e capannoni, case e chiese, e ville antiche andate in malora. Alto. Libero.
Poi piano piano aveva cominciato a pagare l’imperfezione del suo essere ermetico; il gas che lo riempiva a poco a poco scivolava fuori e lo costringeva a cambiare prospettiva. Sempre più basso, sempre più vicino a terra. Fino a quando, con un paio di rimbalzi poco leggiadri, si era spiaggiato su un campo tirato a tavolo da biliardo. A due passi dal ciglio della strada. Dove il vento artificiale delle macchine scompiglia le scaglie di plastica luccicante e smuove il filo che, a terra, libero, sembra un sottile serpente bianco.

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