Questo pezzo è stato scritto per il blog di Dialogo Democratico, ma è giusto prendersi la responsabilità delle cose che si scrivono
Montesole è un nome che dovrebbe ispirare gioia, specie se lo incontri in una giornata di fine settembre che è uno scampolo ritardatario di primavera.
Montesole potrebbe essere un borgo immerso nei boschi dell’appennino emiliano, uno di quelli di cui ci si innamora, in cui si sceglie di passare la vita a guardare vallate bagnate di luce.
Montesole però ha anche un altro nome.
Marzabotto.
Ci sono morti in oltre 700 a Marzabotto.
Donne. Vecchi. Bambini. Preti.
Tutta gente pericolosa.
Se ne stanno in una tomba nel centro del paese. Vecchie di 70 anni e bambini di pochi giorni. É una lunga teoria di nomi, quella che si incontra. Troppo lunga.
Quello che successe a questa gente ce lo racconta una signora che quei giorni li ha visti, anche se dall’altra parte dell’Appennino. E mentre racconta la loro storia, di gente semplice ammazzata per fare terra bruciata intorno ai partigiani, si tormenta la piccola croce d’oro che porta al collo.
E mentre racconta la loro storia, di gente che aveva deciso da che parte stare, chè non tutte le divise sono uguali, qualcuno piange. In disparte, per non farsi notare.
Visitati i morti, è giusto andare a vedere dov’erano i vivi.
Ed è un percorso che sale con lentezza e costanza.
La memoria costa sempre un po’ di fatica.
Si cammina lungo una strada che si dipana nei boschi, e passa attraverso i luoghi dove è avvenuto l’eccidio. Attraverso borghi che dopo quei giorni sono stati abbandonati per anni, perchè non c’era rimasto nessuno.
Dopo.
Dopo che i tedeschi sono passati casa per casa, chiesa per chiesa, stalla per stalla. Dopo che hanno mitragliato un prete sull’altare mentre raccoglieva le ostie consacrate, e una donna ai piedi dello stesso altare perchè non poteva camminare.
Dopo che hanno bruciato le stalle e le case con uomini e animali ancora dentro. Morti o solo feriti che fossero.
È un lungo sentiero costellato di luoghi di sangue, con un panorama d’intorno che mozza il fiato.
E pare di sentirli, ogni tanto, gli scarponi delle pattuglie tedesche, battere lo sterrato. Arrivare nelle osterie. Bere e cantare. Uccidere.
Ci vuole tempo.
Ci vuole tempo per prendere delle persone inermi, rastrellarle, chiuderle nelle case o nelle osterie.
Ci vuole tempo per prendere una mitragliatrice, montarla sul suo treppiede, piazzarla davanti alla porta, caricarla, prendere la mira e tirare il grilletto.
Ci vuole un sacco di tempo anche solo a pensarla, una cosa del genere.
Ci vuole tempo a prendere i morti, accatastarli, ricoprirli di fascine, magari recuperare un po’ di benzina, cercare un fiammifero, accenderlo, e dar fuoco ai corpi.
Ci vuole tempo a prendere delle mine antiuomo, nasconderle sotto i cadaveri nei boschi e nelle fosse comuni, innescarle. Così che la morte generi altra morte.
Ci vuole tempo per arrivare in cima alla salita. Dove c’è un piccolo cimitero.
Casaglia.
Un borgo di quattro case.
Qui hanno preso due famiglie. Messe contro il muro della cappella del cimitero. Le madri dietro, i figli davanti. Ed hanno iniziato a sparare. A circa un metro da terra.
Più o meno all’altezza a cui batte il cuore di un bambino.
In questo cimitero ci sono due morti che non c’entrano niente.
Sono arrivati dopo.
Erano tra le poche persone che abitavano ancora questa vallata, dove sembrava che solo i fantasmi avessero diritto di camminare.
Uno di loro è Giuseppe Dossetti. Uno dei padri costituenti.
Uno che la storia l’ha vissuta e l’ha scritta. Per quelli dopo.
Uno di quelli che nel 1945, quando c’era un paese da ricostruire ed era tempo di scelte, diceva questo:
L’unica possibilità e la condizione pregiudiziale di una ricostruzione stanno proprio in questo; che una buona volta le persone coscienti ed oneste si persuadano che non è conforme al vantaggio proprio restare assenti dalla vita politica e lasciare libero campo alle rovinose esperienze dei disonesti e degli avventurieri
Noi ci siamo presi una domenica di settembre, che sembrava uno scampolo ritardatario di primavera.
Ci siamo presi una giornata per ridere e ricordare. Per provare la rabbia dell’incomprensione e la gioia semplice dello stare insieme.
Discutere.
Farci domande che probabilmente non avranno mai una risposta.
Per farci, a modo nostro, testimoni di quello che è stato.
Si piegano le querce
come salici
sul cuore delle rocce
a Monte Sole.
come salici
sul cuore delle rocce
a Monte Sole.
Hanno memoria le querce,
hanno memoria!
hanno memoria!
[Luciano Gherardi –
Le querce di Montesole]

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