scritto per STILELIBERO di agosto
L’insulto è un lampo. Capacità di comprendere la debolezza dell’altro e di spiattellargliela in faccia nell’arco di un respiro.
Ci vuole genio, magari nella sua forma più perversa, per indovinare l’insulto perfetto.
Che deve essere come un colpo di stiletto allo stomaco: bruciare e lasciare senza fiato.
Ci sono luoghi in cui sembra che questa forma d’arte feroce trovi il proprio ambiente naturale. I tornei di calcio, quelli estivi, quelli in cui la passione è pura e belluina, sono uno di questi.
Ce n’è per tutti, nei campetti della periferia diffusa.
Per le madri e per i padri, per gli stranieri e gli indigeni, per i credenti e gli atei, i miti ed i rabbiosi.
Alcuni sono perle, stelle capaci di brillare di luce propria.
Al giocatore che si arrabatta senza successo a difendere una palla, si lancia un gaio “te si unitie come e mudande te to mare”.
Al portiere particolarmente poco mobile si affibbiano epiteti da bestiario medievale. “Gato de pria”, bradipo artitrico”.
Alcuni sono come i vestiti comprati al mercato. Costano poco, valgono poco, ma tornano utili alla bisogna. “Mona”, “cojon”, “testa da…”. Si spengono veloci come stelle cadenti, senza lasciare quasi ricordo.
Altri sono piccole storie di vita. “te si simpatico come un infarto a matina de Natae”.
Alcuni hanno senso solo nella ristretta cerchia della comunità in cui nascono, e raccontano di personaggi al limite del mitologico. “A te si furbo come Tissio, ti”.
Spesso sono razzisti, e condensano tutti i pregiudizi in una sola parola. “singano”, “negro” e via svillaneggiando, in un viaggio che abbraccia latitudini e continenti.
Alcuni sono semplicemente incomprensibili. Sfido chiunque a capire il senso recondito di un “faraonaaaa” urlato dietro ad un centravanti che ha appena sbagliato il gol più facile del decennio.
Alcuni sono veri e propri pezzi di teatro.
L’hanno appena falciato da dietro, mietuto prima che potesse compiere il suo sacro dovere di calciatore di periferia.
Cade come caddero Eurialo e Niso.
Gli astanti tacciono, ipnotizzati dal fischio dell’arbitro. Che commina una pena troppo lieve per tanta viltà.
Lui si alza, nuovo Achille di fronte alle mura dei figli di Troia. Si avvicina silenzioso al vigliacco che l’ha steso, che ora lo aspetta spavaldo.
Tiene il capo chino, guarda la polvere che si alza ad ogni passo. Quando è alla distanza di un respiro, mormora, con il mento ancora appoggiato al petto.
“To mama…”
La pausa è degna di un canto di Omero, di un primo piano di Sergio Leone.
Il pubblico freme. Aspetta la reazione violenta.
Che non arriva.
Achille alza la testa. Guarda negli occhi chi ha osato atterrarlo. Sicuro della sua superiorità di uomo, di maschio.
Calmo come un samurai nel mezzo della battaglia.
Alza solo un po’ la voce per essere certo che tutti sentano.
“To mama… pissa in pie”
Sipario.
Applausi


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