Bum. Tump. Tump. Bum.
Comincia con una pallonata, due rimbalzi ed un tiro al volo.
Lo vedo dalla terrazza di casa, mentre mi godo caffè e sigaretta, e un po’ d’aria del tardo pomeriggio.
È un ragazzino nero. Gioca da solo sul campetto di cemento dell’oratorio. Gioca a prendere a pallonate il muro.
Dopo un po’ arrivano anche gli altri.
Alla spicciolata, alcuni da soli, altri in gruppetti di due o tre.
La scuola è finita da qualche giorno, sono liberi da compiti e professori. E poi è sabato, è comunque già un giorno di festa.
Arrivano da un sacco di posti diversi; dalla mia tribuna nascosta posso sentire accenti differenti: nordafricani e balcanici, brentaroi e danubiani. E poi basterebbe un colpo d’occhio per capire che non sono tutti nostrani, visto che i colori si mischiano nella luce del quasi tramonto.
Il rito è sempre il solito, immutabile negli anni e nelle latitudini. Chi arriva si siede un po’ a guardare il gioco, aspetta che qualcun altro si aggiunga per poter far squadre pari. Se proprio non arriva nessuno allora si butta nella mischia, visto che tanto un uomo in più non fa differenza.
Non ci sono arbitri, quasi non ci sono regole. Tutti vogliono giocare da attaccanti, buttare la palla nella piccola porta di tubo metallico.
Dicono che il calcio sia una metafora della caccia, e quelli che ho sotto gli occhi sono cuccioli inesperti. Danno pedate al pallone, provano doppi passi improbabili; sembrano giovani leoni alle prese con una preda troppo grande e veloce.
Sono fuori dal tempo, fuori dallo spazio. Giocano fino a quando hanno fiato, fino a quando il battere delle campane non ricorda loro che è il momento di andare a casa.
Lontani anni luce da Johannesburg, dal calcio dei professionisti, dai moduli, dagli ingaggi miliardari.
Lontani mille miglia dal ricordo delle lotte di Mandela, dalle cicatrici che il Sudafrica si porta ancora sulla pelle.
Lontani dalle divisioni delle maglie e delle bandiere.
Ignorati dai giornalisti e con un solo spettatore, che si guarda bene dal farsi notare perchè non vuole che si spezzi l’incanto.
Nell’aria indolente della sera che avanza, per questi ragazzini l’unica cosa che conta è sentire correre le gambe, c’è solo l’emozione della palla che entra in rete. Gioia che brucia alla velocità della folgore.
Mi gusto la partita. Niente campioni, niente coreografie, niente commentatori che pontificano sul nulla.
Ho i mondiali sotto casa.
E mi godo lo spettacolo.
I Mondiali Sotto Casa
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