Allora. Facciamo outing.
Provo un certo fastidio per questa celebrazione della sedicente cultura eno-gastronomica nazionale.
È che mi infastidisce l’ipocrisia di fondo che si nasconde dietro a questa finta santificazione dei sapori e dei profumi, che in realtà è solo un modo elegante per nascondere il vuoto pneumatico che ci circonda.
In questa terra di confine negli ultimi anni è stato un fiorire continuo di feste. Della birra, del formaggio, delle rane, degli gnocchi, delle anguille. E magari uno si aspetta di vedere accostamenti da alta cucina, o il recupero reale delle tradizioni culinarie, di sapori che sanno di memoria e che hanno una storia da raccontare. Magari usati come pretesto per manifestazioni che permettano di recuperare un po’ a tutti di ricordare quando questa era una terra di contadini morti di fame e ignoranti come capre, ma in possesso di una saggezza popolare antica come le montagne – e con la stessa disponibilità al cambiamento dei contrafforti delle Dolomiti.
Invece no. Niente di tutto questo. Quei sapori sono troppo forti per i palati contemporanei, educati al gusto massificato. E quei ricordi puzzano, puzzano di stalla e di sudore, puzzano di giorni che si fa prima a dimenticare che a celebrare. Non profumano certo di madego appena tagliato, o di polenta messa ad abbrustolire sulle braci.
E allora queste queste celebrazioni di un passato finto e ripulito sono solo l’occasione per mettere insieme qualche centinaio di persone sotto un capannone di acciaio e tela plastificata, per far andare le ganasce a chiacchiere e bigoli con l’arna. Per celebrare il nulla. Per fare soldi. Soldi che servono per organizzare altre feste. Della birra, del formaggio, delle rane, degli gnocchi, delle anguille.
E il vuoto pneumatico si propaga, di espande, come un gas rovente che brucia tutto quello che gli si para davanti. Come un rigurgito acido.
Ma la gente sembra contenta, felice di stare insieme.
E ci credo.
Ci hanno raccontato che il mondo è un posto pericoloso anche lungo le rive del Brenta, ci hanno raccontato che non ci si può fidare di nessuno. Che è meglio barricarsi in casa con inferriate e porte blindate, che chissà che non passino i ladri a portarci via le nostre quattro carabattole. E nel frattempo hanno chiuso le piazze, hanno asfaltato i giardini, hanno fatto sparire le panchine.
Ci credo che la gente è contenta quando gli propini la sagra della polenta e luganega, quando celebri il sacrificio collettivo della divina porchetta. Perchè non serve mica scomodare Aristotele per ricordarsi che l’uomo è un animale sociale.


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